Il tratto che ci unisce

by: Cinzia Demi

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Il tratto che ci unisce
Author: Cinzia Demi

Publisher: Prova d'Autore

Series: Centovele

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Format: Book

Publication date: 2009

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ISBN: 8862820178 ISBN 13: 9788862820172

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Publisher & Imprint: Prova d'Autore

Pages: 96

Top page Departments: Poetry by individual poets;

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  1. made_by ( 10 July 2011 )

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    Ho pensato di correre il rischio di provare a scrivere qualcosa per i lettori della rivista “Parole” su “Il tratto che ci unisce”, il libro di poesie appena uscito di Cinzia Demi, per i tipi della casa editrice Prova d’Autore, di Catania. Perché un rischio? Perché Cinzia la conosciamo tutti, essendo anche redattrice della rivista, oltrechè una delle colonne del Gruppo Poetico “Laboratorio di parole” che la rivista produce E scrivere sulle poesie di una persona molto nota sottopone chi scrive al giudizio di tutti coloro che l conoscono, in questo caso anche giudizio competente. Ma ho pensato che le parole, le poesie hanno una loro autonomia. Quindi ecco alcuni pensieri in libertà Ho cominciato con una domanda. Che cos’è “Il tratto che ci unisce”? Ho letto la risposta nella prima poesia e in tutta la prima parte del libro. “Il tratto che ci unisce” è qualcosa che non appare subito, che bisogna scavare per trovare, qualcosa che si rivela spesso per tempi infinitamente brevi nel tragitto fra l’occhio e la mente. Guardo, vedo, penso. Quindi? Scaverai fino a trovare il seme / il tratto che ci unisce. Ortograficamente il “tratto” è quella lineetta che di due parole ne fa una sola. Da due a uno. Nelle arti figurative credo possa voler dire “accenno”, “bozza”, ma anche “stile”. Poi parola per parola / ti approprierai di me, se scavi trovi il seme. Le parole aiutano. Quindi (Cinzia ci dice?) ci sono speranze, qualcosa è possibile. I tempi sono tutti al futuro: diventerà, vedrai, scivolerò, ti sembrerà, ti approprierai, scaverai. Io e tu, più tu che io. Una promessa? Una profezia? Ma non è tutto così semplice. Fuori ci sono momenti difficili colmi di vuoto e di squallore dove mancano ancora / gli odori / sapori del rinascere / dove i resti della sera / sono i resti della vita / pane che non hai mangiato / spezzato con le mani (allusione molto forte), sfuggono lamenti e già mi manchi / piccola nuvola ballerina e vengono sussurrate invocazioni fosse ameno l’alba / arrivasse a levarmi la notte / d’addosso. Si comincia a capire (a correrne il rischio): Cinzia ci lascia degli appunti quasi di viaggio in luoghi fisici, anzi metafisici, mentali, esistenziali, culturali. Attinge a ciò che vede e sente, attinge al modo di pensare corrente, fossero anche luoghi comuni: come la domanda se i terroristi (quelli che tirano la cordicella / nel boato bastardo / che tutto annienta) sanno che oggi è un giorno qualunque (pag. 15). Profezie, promesse, talismani, consigli di sempre per continuare la ricerca del tratto che ci unisce: ti darò il mio orologio da polso (pag. 16), cerca, cerca nei tuoi ricordi / allora ti sentirai più forte / saprai d’aver con te / le tue radici (pag. 25), chissà che visione hai avuto tu / figlia / un ritorno di fretta / senza valigia / quasi fuggita / in questa notte / dal cuore pavido / la tua casa ti aspetta / la tua casa può ridarti / la tua vita (pag. 27). La valigia è un simbolo che ritorna, come il treno, i binari, il viaggio quasi a ricordare la direzione del muoversi della poetessa: dalla Toscana Etrusca a Bologna, dal piccolo paese di mare (Baratti) alla città, dal saper poco al sapere di più, dalla non poesia alla poesia, dalla poesia della vita ricordata alla poesia della vita vissuta. Gli occhi sono grandi e i sensi all’erta: ho provato a tenere gli occhi aperti / ho provato (pag. 29), sento passare sul corpo / il treno del rimorso (pag. 31), tutto fa rumore questa notte / anche il freddo nel letto (pag. 32), ma c’è chi tiene duro tenacemente io la vedo quella luce / ed a lei mi affido / e mi aggrappo / e mi sforzo gli occhi / per continuare a vederla (pag. 33). Termina questa prima parte con una poesia di sintesi che si collega alla prima: il rapporto radiale fra Cinzia e il mondo sotto forma di passante incontrato, compagno/a di fila alle casse, di rosso semaforico, di ascensore, ecc. cosa pensi con le mani di preghiera / davanti alla Sua croce / mentre ascolti anche il canto / la mia voce / e nasce quello che ci unisce / che non si spegne non finisce, al quale Cinzia pone una domanda furba e coinvolgente: cosa sono io per te? Ma vuole essere in qualche modo corrisposta e protagonista. Io canto, sono una poetessa, credo nei legami eterni, dai rispondimi. (pag. 39). Nella seconda parte del libro “Del ricordo” i riferimenti al villaggio della fanciullezza nell’amata toscana tirrenica sono molteplici ed espliciti. Come nella invocazione alla chiesetta di San Cerbone in cui la poetessa ricorda se stessa sul tuo altare dove / il salmastro ha consumato / le preghiere (44) o come quando ricorda la sabbia generosa e ferrosa / rossa di passione Etrusca (pag. 46). Versi forti che solo il grande amore per la terra nativa, più che un amore, una professione di radici, possono far sgorgare: il salmastro ha consumato le preghiere. Se ricordo bene Orbetello è una laguna e il “salmastro” è un dato di fatto. Cosa vuol, dire “ha consumato le preghiere”? Intravedo una certa insofferenza per la provincia e il piccolo e la spinta a spiccare il volo verso il lontano Ci sono anche ricordi domenicali (pag. 47), ricordi sul passaggio delle stagioni (pag. 49), sui giochi infantili con le mani dal gessetto / imbiancate / ci si disponeva in fila / da bambine (pag. 52). Ricordi di momenti della vita nel villaggio: la vendemmia e la vinificazione, era per mio nonno / il primo bicchiere di mosto (pag. 56), il gioco delle carte al bar (giocavano le carte / sulle sedie impagliate) (pag. 59), ma anche la solitudine in agguato (queste notti ti ho descritto / per arrivare a questa / a questa di bicchieri non lavati / e briciole / raccolte con la mano) (pag. 60). I ricordi finiscono con l’arrivo in città con atmosfere meno festose, più mature, più consapevoli e determinate un solo strumento / variabili nessuna / sì forse c’era anche lei / la luna / e il passo veloce / di quegli anni / sul lung’Arno / una chiatta c’accompagnava / brivido di fuoco sulla pelle / la tua giacca / mi copriva le spalle (pag. 61). Seguono i canti Della consapevolezza, in cui occupa un posto importante un’ode a Maria con reminiscenza trecentesche da una parte e novecentesche dall’altra. Nelle prime quattro strofe Cinzia ha fatto l’elenco di una vita domestica e di lavoro indaffarata, tutta presa dalle cose. Alla quinta strofa inizia col “ma” la conclusione a contrasto e inneggiante: ma se il tuo sguardo mi prende Maria / sull’altare o per la via / il tuo sguardo di ragazza / troppo presto e troppo amata / sento a pelle l’ebbrezza / la tua bellezza nel tempo fermata / e capisco io Maria (pag. 70). In altre poesia la città è immersa in un’atmosfera rarefatta, in cucine con mobili di legno e cibi noti, con Cinzia insonne che pensa e riflette. Ne escono micro-monologhi pronunciati a voce sommessa (non declamati), che invitano o non farsi illusioni, a resistere e sopportare: ogni notte in cucina c’è un tavolo che aspetta / lì mi appoggio / con le spalle al muro / lui sa di me / sa che non ho mai un respiro regolare / sa che gli somiglio / sono un albero con le radici dentro / fatico a lasciarle andare / lasciale andare dove poi … nell’alba che ancora mi aspetta / che è tornata con troppa / troppa fretta (pag. 73). Il disagio sembra essere la condizione esistenziale che ne traspare, ma descritto (e vissuto?) con grazia e garbo. Le poesie della parte intitolata Del civile mi sembra sviluppino la riflessione sul vivere nelle odierne città. Ancora una volta non ci sono invettive, ma mettersi in fila e camminare come in processione con occhio attento e tanta tanta compassione, cercando le perle là dove si possono trovare, ma con un occhio volto all’infinito: … al diavolo la strada stasera / senti che profumo di lavanda / lo so è quel bucato steso che lo manda / ma il cielo è ancora così azzurro a quest’ora / anche per quell’anziana signora … oltre la vita disperata che emerge / tra quei filari di cassonetti pieni / in quegli occhi d’indaco e di lupo / che in una sera come questa / accennano un sorriso di saluto (pag. 80). Verso la fine di questa parte Cinzia si pone una domanda forte. Con i suoi versi garbati in punta di fioretto fa sua una domanda che tutti si fanno: che senso ha pregare Dio di fronte alle grandi ingiustizie e sofferenze di tante persone? mi hanno chiesto / le preghiere / di pregare ancora un Dio / - quale? - / ho risposto io (pag. 85). Non so se l’ultima poesia del libro, Omphalos, unica della sezione “Del Labirinto”, voglia essere una conclusione generale, certo il suo messaggio incorniciato dall’arguta parlata toscana, a me sembra chiaro essere una professione di umiltà e rifugio in ciò che fa sentire sicuri anche se non salva la vita: Tra poco fingerò nel grembo materno di tornare / unica via che conosco di salvezza fontana / in lei riparerò prima che ‘l respiro mi veng’a mancare (pag. 93). Un libro denso di contenuti e di spessore letterario in cui parole, versi, strofe sono guidati e tenuti in pugno con rigore e grande sensibilità con un ritmo sobrio, ma incalzante. Prof. Paolo Senni Guidotti Magnani , scrittore, poeta, critico (Bologna)
  2. made_by ( 03 April 2011 )

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    CINZIA DEMI, Il tratto che ci unisce, Catania, Prova d’Autore, 2009 Per capire più appropriatamente la natura e il lavoro di Cinzia Demi forse è bene dare uno sguardo, seppure rapido, a ciò che sta avvenendo nel mondo della poesia italiana odierna che invece di scendere a patti con la parola, invece di aggredirla, amarla, esaltarla o offenderla, ha appena un rapporto burocratico senz’anima. Il rapporto di Cinzia invece è fatto di passione, di entusiasmi, di confronto ed è per questo che può benissimo dichiarare i suoi padri, le sue ascendenze, le sue predilezioni, consapevole che al fondo di ogni nuova creazione c’è sempre un passato carico di echi e di assonanze, di stimoli che, rinnovati, rinverditi e fatti diventare patrimonio personale, a un certo punto mostrano intera la loro anima e la loro bellezza. Cinzia ha al suo attivo varie pubblicazioni che vanno da una Caterina Sforza interpretata fra mito e poesia, a una parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia, alle fiabe in poesia in cui affronta i classici della letteratura infantile ovviamente con piglio inedito, ma essenzialmente la sua natura è quella del poeta che ha bisogno di uscire dal nodo del suo essere dopo gli accumuli esistenziali e dopo un bagno di avvenimenti che l’hanno frastornata e sbattuta tra venti contrari. Di conseguenza è poesia intrisa di vita (come sempre dovrebbe essere!) con il peso delle sensazioni, dei sentimenti, dei rapporti quotidiani. Tutto ciò che sfiora Cinzia assomma a sé e la sua tensione è costante, le sue emozioni vibrate. Non sa nascondersi a niente e non vuole neanche farlo, consapevole che per ottenere la sconfitta della “burocrazia estetica” sia necessario dare ai versi il ritmo del proprio sangue. Ecco perché si presenta viva e palpitante, aperta a qualsiasi confronto, libera e carica di emozioni, anche quando, e lo spiega molto bene Davide Rondoni nella prefazione, ci offre “quelle strane veglie femminili di cui vediamo i segni… in rare finestre illuminate, in alte specole di condomini, quasi come disperse luci votive mentre la notte cambia colore”: “se questa notte fosse una stella / sarebbe lontana / appena appena / si vedrebbe il suo chiarore // ma io la vedo quella luce / ed a lei mi affido /e mi aggrappo / e mi sforzo gli occhi / per continuare a vederla // e anche quando / per il troppo guardare / sembra sparire / scrivo sul vetro che c’è / e che fra un po’ / la rivedrò”. È appena un esempio di come la poetessa sa confessarsi senza nascondersi dietro veli o muri, pronta a scendere a patti con i problemi e le ansie giornaliere. Si potrebbe dire, se non temessi il fraintendimento, che si tratta di una poesia che riavvia certe istanze crepuscolari e realistiche in un amalgama nuovo che transita anche attraverso un certo minimalismo che per fortuna non è d’accatto e non c’entra con quello milanese-romano fatto di scampoli e di fronzoli, di gratuità e privo di consonanze con l’umano. Ma i temi affrontati nel libro non si limitano alle registrazioni degli eventi, sanno entrare anche nelle pieghe dell’anima e con accenti religiosi molto tesi e sanno trattare argomenti scabrosi della sfera sociale. Ciò significa che Cinzia Demi ha al suo arco molte possibilità espressive e le sa adoperare con forza riuscendo a creare ne Il tratto che ci unisce un’atmosfera familiare che ci appartiene e, nello stesso tempo, uno spazio verso un infinito mai vuoto, mai soltanto cielo leopardiano. Roma, febbraio 2011. Dante Maffìa
  3. made_by ( 03 April 2011 )

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    “Vengo via con te stanotte / nel cielo piccante di luna piena / con te che tramonti sull’ultima goccia di mare” “Il simbolismo del femminile “ Cinzia Demi è nata a Piombino (LI), vive e lavora nella città di Bologna. E’ parte attiva del Gruppo Poetico “Laboratorio di Parole”, per il quale cura le relazioni esterne ed è nel contempo redattrice della rivista bimestrale “Parole”. Organizza scambi culturali in svariate città d’Italia e cura con particolare entusiasmo gli eventi letterari. E’ creativa, coraggiosa, dinamica... Sono convinta che il “Laboratorio delle parole”, da Cinzia Demi sostenuto con determinazione e squisita professionalità, comunichi ad altre associazioni o gruppi culturali uno stile letterario. Con gusto medioevale, concreta passione, per le parole che germinano altre parole C.D. fonde cultura ed amicizia. Ha già pubblicato un interessante lavoro, “Incontriamoci all’inferno”, da considerarsi un testo semiserio, parodia in sostanza degli avvenimenti e dei personaggi della Divina Commedia. Testo che scandalizza i critici benpensanti e tradizionalisti, e nel contempo, avvicina con gusto modernissimo ed ironico le nuove generazioni scolastiche alla interpretazione e sdrammatizzazione dell’ampio volume Dantesco. Con tale testo Cinzia Demi gira per le scuole d’Italia. Merito di questo testo, che questa sera non prenderemo in considerazione se non di scorcio, è il modo leggero ed ilare, l’accentuato tocco femminile che porta ed invita lo stesso Divino Poeta a rivedere e ricontemplare le figure leggendarie della Commedia. Cinzia Demi ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e con l’Università Primo Levi del capoluogo emiliano. Cinzia Demi nel suo linguaggio poetico attribuisce alle parole il potere di scandagliare la vita nella sua quotidianità. Assolutamente il testo di Cinzia Demi “Il tratto che ci unisce” ci convince che è possibile avvicinare il lettore alla poesia quando essa è comunicativa e non artificiosa. Usa la poesia per una funzione di legame sociale. La poesia, dunque, procede erso l’appuntamento quotidiano per rivelare, senza discorsi ambigui, l’approccio con la realtà interna. Cinzia Demi si confronta e si accosta alle esperienze condivise, esprime ricchezza di sentimenti. Scrive in modo semplice, chiaro, parla con determinazione per definire ogni cosa che si muove intorno a lei. Ci fa visitare il suo universo privato, esplorato al femminile, per cui pensiamo con alcuni critici che c’è una scrittura femminile che si esprime per simboli, che fonde la realtà con la psiche, che coglie la segretezza dell’inconscio e ne fa partecipi gli altri. Dà significato ad una pluralità di cose, di oggetti, che di solito l’occhio maschile, non osserva neanche. C.D. non può spiegare la Vita, nei suoi ingarbugliati meandri, ma prende atto che la sua poesia è rappresentazione del mondo interiore. Tutta l’arte è operazione letteraria, spesso involontaria, per comunicare un bisogno intimo di “liberazione”. Anche il dialogare con gli oggetti è un modo simbolico per uscire dallo spietato tempo di questa civiltà che non da tregua, che non concede riposo. Tra sonno e veglia, l’Autrice mostra a noi la sua condizione di donna dalla molteplice personalità. Concordiamo in sostanza con l’eccellente poeta Davide Rondoni che, nella prefazione al testo, definisce Cinzia: “donna dalle molte anime”. Trattasi, io credo, del mistero femmineo delle tre dee: Kore, Proserpina, Demetra che convivono in ogni donna. E la stessa dea, della terra e della fecondità, è rappresentata come: figlia, sposa, madre protettiva… E nei misteri eleusini, il femmineo è considerato dapprima nel ruolo separato e poi unificato. Perfino il titolo del libro “Il tratto che ci unisce”, potrebbe essere rappresentativo e in Cinzia Demi dice della voglia di unione e di pacificazione piuttosto che di distacco e di lotta con la giovane donna che è la figlia. “Ti vedrò mentre parli e sorridi / nel mormorio costante che aumenterà piano / fino a scandire l’affetto.”… Ed ancora: “Ti darò il mio orologio da polso e la mia matita / e quella maglia che ti sta bene / ti vedrò mentre parli e sorridi.” La famiglia è, in sostanza, il luogo-simbolo per eccellenza dove l’ambiguità delle relazioni è problematica. L’organizzazione come dinamica familiare è più complessa che non nell’ambito del lavoro e delle alleanze sociali. La sfera privata, dunque, è solitamente più difficile da organizzare della sfera civile. Noi cogliamo, della poetessa, in questo testo poetico, non il pubblico ma il sotterraneo disagio. Cinzia Demi ci appare in una veste fragile, rivestita da “simbolismo femminile”. E’ un linguaggio poetico e narrativo triste, che evoca metafore: un linguaggio trasparente che, comunque, non nasconde ambiguità e vaghezze letterarie. Un discorso che si nutre di comunicazione interiore, che dialoga con la stessa sfera privata e ritrova in se stessa la corda per la risalita. “Giocavano le carte / sulle sedie impagliate / dei tavoli rugosi / gli occhi nel sole del bicchiere” Lo scatto linguistico non è affatto contemplato ma naturale. La poetessa segue, piuttosto, i nodi della sua esistenza. Tuttavia si avverte, a livello culturale, che cammina sulla scia di un rinnovamento poetico che riflette sue conoscenze letterarie unite ad un impegno serio e nutrito, in sostanza, di buone occasioni poetiche. La poetessa fa del quotidiano un suo mondo specifico, ove s’agita l’ansia mai sopita: lo squilibrio fra realtà e sogno. I versi hanno intense cadenze emozionali, risorse linguistiche di buona fattura. Ella interpreta gli avvenimenti, coglie ed espone con naturalezza femminile la dinamica dei giorni che la accompagnano lentamente. Si muove entro schemi, ricompatta i suoi sogni perduti, guarda con coraggio “vis-a-vis” la vita, riemerge dall’inconscio per affrontare le problematiche esistenziali. Poesia che coinvolge il cuore e lo accompagna per le vie interrotte dalla solitudine. Tutto per Cinzia Demi è significativo: la relazione strettissima fra oggetti esterni e nostre interiori rimembranze e risorse di colori, di suoni. Forme fisiche si legano a sentimenti che vibrano nel profondo… “E’ per mio nonno / il primo bicchiere di mosto / davanti alla cantina / suo ad ogni costo.” (pag.56) Ella esprime in poesia un pensiero non razionale ma emotivo. Come dire che la poesia consente a Cinzia Demi l’attribuzione piena del suo carattere femminile e malinconico, a tratti vibrante di tensione esistenziale. Il testo ci offre varie sezioni: “del ricordo”, “della consapevolezza”, “del civile”, “del labirinto”… Nella tradizione psicoanalitica junghiana, la “madre” esce dalla parte più inaccessibile dell’inconscio collettivo. Del mondo sotterraneo delle ombre riappare l’intuito,il rimosso, l’irrazionale. L’ombra junghiana, la metà di noi che non si accetta, la realtà irrazionale, l’emozionale. “Bisogna addomesticare il drago che vive dentro di noi.” L’emancipazione, il compito che ci assegnamo, l’ottima organizzazione sociale, la strategia, il bagaglio culturale non ci vietano né ci impediscono lo scontro interiore con le nostre barriere emozionali. La riserva della poesia, empaticamente, rinnova in noi un processo di novità, di struttura intellettuale e culturale che ci sprona sul cammino della rinascita. E se nelle braccia oniriche della notte Cinzia ci appare vaga, poetica, confusa, fragile, ella, nell’organizzazione sociale è una forza vitale e dinamica che porta frutti ovunque i suoi rami letterari si ramifichino e si espandano. Far conciliare vita privata e sociale è la sua personale vocazione. Questo mio intervento non vuole assolutamente chiarire quanto la poetessa ha inteso rivelare o non rivelare del suo quotidiano, vuole solo accompagnare discretamente il testo poetico per avvicinarlo al lettore. Mai il critico deve sovrapporsi all’idea originaria dell’artista-poeta il cui intento primario e sottinteso è quello di rivelarsi al lettore occasionale nella purezza della sua passione poetica. “Ogni notte in cucina c’è un tavolo che aspetta / lì mi appoggio con le spalle al muro / lui sa di me” (Della consapevolezza) “Ed io seduta con le mani inutili e le scritte nel caffé Sento passare sul corpo / il treno del rimorso” C’è in questi versi la timidezza della donna, la parola trattenuta, il timore del rifiuto. C’è la psiche, la mente, l’inconscio, l’introversione. Cinzia Demi si permette, nell’oasi della poesia, la fragilità della donna che nella vita reale non le è consentito di permettersi. E allora si siede al tavolo da cucina, luogo deputato di ogni donna, a meditare, a scrivere senza la volontà di forti esigenze letterarie. Il suo è un linguaggio non soggetto a regole, con grazia tutta femminile, superando tutte le angustie letterarie da salotto, lei accentua il suo ruolo di donna-madre e si rida’ forza di vivere, si riconcilia in qualche modo con quella parte fragile di sé, e getta la luce della chiarezza e della poesia sull’ombra scura della solitudine interiore. Analizziamo la poesia di pagina 16, preceduta da un verso di Pier Paolo Pasolini tratto da “Povero come un gatto del Colosseo”: “Sarai stella e pianeta / delle mie radici / anche quando / passerà in fretta l’inverno / come la neve / dagli occhi chiari / e tornerai a cercare le cose” C’è qui, in conclusione, ed in sintesi, “la poesia del quotidiano” che si fa’ saggezza domestica ed umanità da regalare. Il religioso (così cercato da Davide Rondoni), è nel voler conciliarsi con le cose e le persone, gli avvenimenti tutti che accadono a nostra insaputa e, a volte, senza la nostra scelta. Tutto accade malgrado le nostre paure. Il libro-diario è la narrazione del quotidiano di Cinzia Demi. Il simbolismo è privato, profondo, psicoanalitico, ma comunque, la poetessa resta con un occhio vigile, attento, aperto alla vita che scorre. Perché la parte più bella di Cinzia Demi, poetessa livornese, sta nella liberazione dell’energia vitale, nell’azione decisa che provoca l’incontro con l’altro, che supera tutte le barriere. Lei è comunicativa, lucida, brillante, carismatica, magnetica nella vita sociale. Cinzia Demi ha gioia di fare, di proporre, di tentare nuove vie, di smussare gli angoli spigolosi dell’esistenza. Ama la bellezza, ama le parole, ama i colori: non dimentica l’Amore. Rosa Maria Ancona

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